Wednesday, December 31, 2008

Año Nuevo, 2009



Allegro, ma non troppo.



Robert Edge Pine, before 1730-1788 . Still Life with Palette and Brushes

Año Viejo


Mientras 2008 se disipa del todo.

Balthasar van der c. 1593-1656. Fruits-coquillage. c 1623

Diritto e Letteratura: Giovan Battista Giraldi ´Cinzio´

Fabio Bertini,
"Havere a la giustitia sodisfatto" : tragedie giudiziarie di Giovan Battista Giraldi Cinzio nel ventennio conciliare
Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2008. - 346 pp.
(Quaderni Aldo Palazzeschi., Nuova serie /Centro di studi Aldo Palazzeschi,

Università degli studi di Firenze, Facoltà di lettere e filosofia; 19)
ISBN 978-88-6032-065-0

Questo volume è nato con l'intento di porre in rilievo gli stretti legami che sussistono fra drammaturgia e giure nell'opera del Giraldi. Tenendo conto della funzione didattico-pedagogica per tradizione demandata alla tragedia, in un'epoca in cui non vigeva la moderna suddivisione del sapere, il teatro del Cinzio rivolge a un pubblico in grado di comprenderne il significato conoscenze giuridiche dottrinarie e metodiche. Perfettamente in sintonia con la macchina conciliare, Selene affronta il delicato tema dell'adulterio oggetto, assieme al divorzio, di un'intera sessione tridentina. Un reato che fornisce ancora in Arrenopia il pretesto per allestire una grande kermesse cavalleresca con ampie riflessioni sul duello, strumento ormai non più tollerabile per l'accertamento di un diritto violato o anche soltanto per l'ostentazione di spavalde virtù guerresche nella incruenta coreografia dei tornei. Con il dramma dello stupro e, sub specie pubblicistica, con un caso di abuso di potere, Epizia chiude un percorso in cui è valorizzato il diritto nella sua finalità di dare sicurezza ai rapporti sociali e preservare la regolarità della loro gestione.

Premessa
Avvertenza
I. NASCITA DI UNA TRILOGIA
1. Tra anonimi «morditori» e antagonisti audaci
2. Sviluppo e codificazione delle «men fiere tragedie»
a fabula ficta
3. Le ragioni di una scelta
II. «SELENE» E L'INDISSOLUBILITÀ DEL «VERTERE IN UNUM»
1. Una tragedia a lieto fine sui generis
2. Dalla tragedia al trattato: «quomodo adulatores sint fugiendi»
3. Selene, ovvero la fedeltà ricompensata
III. «COGITARE, AGERE SED NON PERFICERE».
«ARRENOPIA»: LA TRAGEDIA DELLE AZIONI MANCATE
1. Il mondo cavalleresco all'epoca di Arrenopia: le matrici
formative fra romanzo e torneamenti
2. Lo scambio circolare tra romanzo cavalleresco,
gioco-festa di corte e sperimentazione teatrale
3. Arrenopia come sintesi tragica fra guerra, fedeltà
coniugale, "giudizio di Dio" e giostra d'armi
4. Saggezza, prodezza, onore: il codice etico-cavalleresco
dell'Arrenopia
IV. LA VICENDA DI UN MAGISTRATO «SUB IUDICE»
1. «Sponsali per verba de futuro», stupro e violazione
del diritto civile
2. Il caso Vico. Un errore giudiziario?
3. Iuriste «sive tyranno ex parte exercitii»
Indice dei nomi

De Fabio Bertini vid. también: “Imago aequitatis”. Il princeps-iudex nell'Altile di Giovan Battista Giraldi Cinzio”, en Studi italiani, Gennaio-Giugno (1) 2007, pp. 23-43, donde presenta una interpretación de la innovación propuesta por Cinzio sobre el motivo encomistático, desde el registro trágico (Orbecche) al tragicómico (Atlie), situando en el centro de su análisis el modelo de gobierno del princeps-iudex.

Giovan Battista Giraldi Cinzio è una delle personalità intellettuali più. interessanti del panorama italiano mediocinquecentesco. Autore di tragedie di imitazione da Seneca (con accentuati elementi di orrore), tra le quali la più nota è l'Orbecche (del 1541), raccoglie negli Ecatommiti (composti già nel 1541 ma editi solo nel 1565) cento novelle fortemente tragiche. Giovan Battista Giraldi nasce a Ferrara il 30 novembre 1504. Presso l’Ateneo estense compie i suoi studi umanistici e tiene la cattedra di Retorica. Dopo la morte di Ercole II , di cui era stato segretario , perde il favore della corte e lascia Ferrara per continuare l’insegnamento a Mondovì e Pavia. Rientra nella città natale solo per morirvi il 29 dicembre 1973. Seguendo la consuetudine umanistica , il Giraldi assume il nome di “Cinthio” fin dall’inizio della sua carriera letteraria.I suoi scritti teorici sulla composizione teatrale offrirono contributi interessanti ad un dibattito che , nel Cinquecento, coinvolse studiosi di tutta Europa. La tragedia Orbecche, rappresentata in casa dell’autore alla presenza del Duca nel 1541, ebbe un grande successo di pubblico e rimane uno dei più riusciti esempi di tragedia senecana. Una sua raccolta di novelle pubblicata nel 1563 e tradotta in francese vent’anni dopo, ebbe ampia diffusione in Europa e fornì a Shakespeare la trama per Otello e Misura per Misura.

De interés jurídico-político: Marzia Pieri, “Giovan Battista Giraldi Cinzio trattatista”, en Italianistica. Revista di Letteratura Italiana, 1978, vol. 7, no3, pp. 514-528 (Sobre denuncia de la tortura en los Ecatommiti).
Más en general: AA. VV., Giovan Battista Giraldi Cinzio Gentiluomo Ferrarese, (a cura di Paolo Cherchi, Micaela Rinaldi e Mariangela Tempera), Leo S. Olschki SRL Editore, Firenze, 2008, XII-182 ISBN: 8822257286. ISBN-13: 9788822257284
Con relación a la literatura española vid.: Antonio Gasparetti, "Giovan Battista Giraldi e Lope de Vega", en Bulletin Hispanique, 32, (1930), pp. 372-403; Luis Beltrán Almería, “La teoría de la novela de G. B. Giraldi Cintio”, en Romanische Forschungen,108 1/2 (1996) (disponible en: http://www.ameritalia.id.usb.ve/Amerialia.000.Beltran.htm), e Irene Romera Pintor, “La discordia en los casados de Lope de Vega y su modelo italiano”, en Cuadernos de Filología Italiana (Madrid), 5 (1998), pp 127-145 (disponible en: http://revistas.ucm.es/fll/11339527/articulos/CFIT9898110127A.PDF )


Giovan Battista Giraldi, Hecatommithi overo Cento Novelle di M. Giovanbattista Giraldi Cinthio Nobile Ferrarese: Nelle quali, oltre le dilettevoli materie, si conoscono moralità utilissime a gli huomini per il ben vivere; & per destare altresì l'intelletto alla sagacità. Potendosi da esse con facilità apprendere il vero modo di scrivere Toscano. Et vi sono tre dialoghi della Vita Civile, li quali a gli huomini mostrano come devono ammaestrare i loro figliuoli, & a Giovani come bene reggersi. Parte seconda. In Venetia, Appresso Fabio, & Agostin Zopini Fratelli. MDLXXX.




Entre las obras dramáticas de Giovan Battista Giraldi Cinzio: Orbecche. Tragedia en 5 actos, en verso, publicada en 1543; Didone (Dido). Tragedia en 5 actos, en verso, publicada en 1583. Altile. Tragicomedia en 4 actos, en verso, escrita en tre 1541 y 1543, y publicada en 1583. Cleopatra. Tragedia en 5 actos, en verso, escrita entre 1541y 1543. publicada en 1583; Eudemoni. Comedia en 5 actos, en verso, publicada en 1877; Egle. Tragicomedia pastoril. producida en Ferrara, en la casa del author el 24 de febrero de 1545: Gli antivalomeni. Tragicomedia en 5 actos, en verso, publicada en 1583. producida en Ferrara el 29 de julio de 1548; Selene. Tragicomedia en 5 actos, en verso, escrita después de 1554 y publicada en 1583; Euphimia. Tragicomedia en 5 actos, en verso escrita c. 1560, y publivcada en 1583; Arrenopia. Tragedia en 5 actos, en verso, publicada en 1583. Epitia. Tragedia en 5 actos, en verso, publicada en 1583.
Entre las obras de preceptiva: Discorso intorno al comporre delle comedie e delle tragedie (1543) y Discorso sovra il comporre le satire atte alla scena (1548)

Entre las ediciones disponibles de obras de Giovan Battista Giraldi Cinzio: Giovan Battista Giraldi Cinzio, Carteggio (a cura di Susanna Villari), Sicania, Messina 1996; Discorso intorno al comporre delle comedie e delle tragedie (1543) y Discorso sovra il comporre le satire atte alla scena (1548), en Giovan Battista Giraldi Cinzio, Scritti critici (a cura di Camillo Guerrieri Crocetti), Marzorati, Milano, 1973; Giovan Battista Giraldi Cinzio, Egle. Satira, Ed. Quattro Venti, Urbino, 1980; Giovan Battista Giraldi Cinzio, Arrenopia (a cura di Davide Colombo), RES, Torino, 2007.

Monday, December 29, 2008

Claudio Magris. Literatura y Derecho. Novedad bibliográfica en España y México







Claudio Magris
Literatura y Derecho ante la Ley,
Pról. de Fernando Savater
Editorial Sexto Piso, Madrid, 2008, 88 pp.
ISBN: 978-84-96867-35-2.


A lo largo de la historia de la literatura a menudo se ha hecho una negación del derecho y de la ley. Grandes poetas como Novalis mostraron incluso su profundo desprecio hacia el derecho, encargado de regular el inherente conflicto humano, al afirmar que: "El dominio del derecho cesará junto con la barbarie". Con su habitual erudición, lucidez y elegancia, Claudio Magris aborda la relación entre derecho y literatura; al aparente antagonismo inicial, Magris contrapone una visión más profunda y compleja, y revela que la frialdad del derecho es también lo que hace posible la calidez de la vida, retratada de manera apasionada por la literatura. De esta forma reivindica la riqueza de una relación que, lejos de ser oposición, a menudo termina por revelar importantes similitudes; y es que como buen recuerda Margis, "los antiguos, que habían comprendido casi todo, sabían que puede existir poesía en el acto de legislar; no casualmente muchos mitos expresan que los poetas también fueron los primeros legisladores".

CLAUDIO MAGRIS (Trieste, 1939), medalla de oro del Círculo de Bellas Artes de Madrid y el Premio Príncipe de Asturias de las Letras.

(Magris, foto de Daniel Mordzinski)

Friday, December 26, 2008

Volver para contar, por José Calvo González



Xabier P. Docampo,
El libro de los viajes imaginarios
Ilustraciones de Xosé Cobas
trad. Mª. Jesús Fernández
Grupo Anaya,
Madrid, 2008, 224 pp.
(Col. Infantil y Juvenil)



Sería fácil no vencer la tentación de instalar este libro en el género de viajes imaginarios. Fácil, pero equívoco. Su título, en efecto, lo evoca; su naturaleza, sin embargo, lo rebate. La razón es que desde las Historias Verdaderas de Luciano de Samosata en el s. II y su Icaromenipo, pasando por Estats et Empires de la Lune de Cyrano de Bergerac, o Micromegas de Voltaire, hasta Jules Verne con De la Terre à la Lune el llamado género de viajes imaginarios se hizo demasiado selenita. Otra ascendencia posible, pero de identidad también confundente, acaso recorrería los caminos de la Antigüedad que conducen a la remota Mesopotamia en el poema sumerio de la Epopeya de Gilgamesh, a Grecia preclásica en los homéricos hexámetros de La Odisea, a la perdurable Persia en Mil Noches y una Noche de Galland, Mardrus, Burton, Lane y Paine, o al Alto Egipto de Gastón Maspero en Les contes populaires de l'Égypte ancienne. A mi parecer, sin embargo, el libro de Xavier Puente Docampo (Rábade. Lugo, 1946), tiene ajustada genealogía en otros linajes. Al señalarlos me llevaré por intuiciones, pues pienso que la floresta genealógica es seto que crece hasta árbol para precisamente ocultar el bosque, y que -además, y sobre todo- hace fronda con ramaje electivo.
Uno entre ellos lo discierno en la nota preambular a la edición, por deriva de “manuscrito encontrado”; dos cuadernos de viaje sin data ni localización geográfica acerca de los lugares visitados, de cuyo autor apenas se conoce sino la silueta descarnada de unas iniciales: X.B.R. Memora en mí entonces aquel otro manuscrito hallado, original de un fantasmal Cid Hamet Benengeli. Y es porque don Quijote fue también peregrino; lo importante es el camino y no la posada. “Loco” peregrino del deseo de echarse a los caminos de la aventura. Pero aun antes, todavía otro más según la leyenda preliminar que por emblema se trae del diario de Jules Renard: “la súbita melancolía de aquél a quien le dicen: ¿sabes que me voy de viaje?”. Desde aquí mi derrota discurre por la vereda de dos novelistas franceses: hacia el espejo al borde del camino, de Stendhal, y en dirección a Flaubert, que habló de la nostalgia -mejor que melancolía- como el deseo que se vuelve a representar. Emprendo con todo esto, muy a mi manera, la marcha en pos de la lectura sucesiva, llenando con tres sustentos mi morral: deseo de pasaje, imaginario territorial y pasión nostálgica. El Deseo es una persistencia (no urgencia) por llegar (emerger, brotar) más allá de sí (uno) mismo. La Imaginación no es el deseo que cae fuera de la realidad, sino aquello que la amplia. Y, en cuanto a la Nostalgia, que literalmente significa “el dolor por el regreso”, en tanto que anticipación del movimiento hacia lo que no está, la ausencia, hacia lo contrario que “es”, implica la evocación de un desbordamiento yuxtapuesto; así pues, nostalgia, en suma, como salvación de la melancolía, como deseo de esperanza. Y a partir de aquí, salgo ya a la senda de los textos.
En éstos los hay de dos clases; unos, numerados en romano, hasta treinta, componiendo páginas donde se describen reinos que el viajero atraviesa y detalle de ciudades en las que tuvo jornada; otros, en tercera persona, forman apuntes y esbozos en tonos más reflexivos, sobre gentes y usanzas, o bien coleccionan algún recetario, refranes oídos y remedios aprendidos, dibujo de máquinas, croquis de callejeros, y también más casuales como una lista de pertrechos necesarios o un bando público recogido al paso, o la reunión curiosa como extraña de costumbres lugareñas referidas a mujeres. Con su suerte de identidad particular, unos más y otros no tanto, fueron recordándome la escritura de Álvaro Cunqueiro en sus Viajes imaginarios y reales (1986), quien no era autoridad menor en estos tránsitos. Está asimismo el eco, confesado en homenaje al colofón, de Italo Calvino en Las ciudades invisibles. Reverberan también ciertos imaginarios kafkianos en el laberíntico palacio de Ainale, y con más nitidez en el procesamiento de Asiral. La idea paradójica de Justicia (igual le sucede a la verdad, y a la existencia toda) queda como un logro admirable y una sabiduría profunda tras la estancia en Aruasi. Y es fantasía visual extraordinaria la metáfora del equilibro incierto en la constitución monárquica que ofrece Arimoi con soporte de todo el reino edificado a modo columna de oro apoyada sobre el vértice de un diamante tallado en pirámide octogonal.
Muchos más hechos, ya menudos ya enormes, arraciman en la andadura, bien guiada con las ilustraciones preciosas de Cobas, que Anaya ha rescatado de la edición gallega (Xerais. Vigo, 2008) en una traducción admirable. Pero quizás sea el más valioso de todos aquél que hace pórtico: el viaje concebido como experiencia que alumbra el deseo narrativo. Docampo justifica (da cuenta) de esa nutriente narrativa en dos líneas de envidiable fortuna: “Todos los viajes son un regreso... Es necesario volver para contar lo vivido, para convertir el viaje en relato”.
Publicado en El Mundo. El Mundo Málaga (Málaga), Suplemento de Cultura ´Papeles de la Ciudad del Paraiso´, núm. 26, ed. de 26 de diciembre de 2008, p. 7.

Sunday, December 21, 2008

Music & Culture conflict. Global peace and policy




Olivier Urbain (ed.), Music and Conflict Transformation: Harmonies and Dissonances in Geopolitics,
I B Tauris & Co Ltd -Toda Institute for Global Peace and Policy Research, London, 2008
XVIII+234 pp.
ISBN 1845115287,
ISBN 9781845115289

Section 1: Frameworks
Chapter 1 - Empathy
Felicity Laurence
Chapter 2 - Music: A Universal Language?
Cynthia Cohen
Chapter 3 - Music and Value in Cross-cultural Work
June Boyce-Tillman
Chapter 4 - Peace, Music and the Arts: in Search of Interconnections
Johan Galtung
Section 2: Music and Politics
Chapter 5 - Vocal Music as a Tool for Reconciliation between Previously Polarised Societies in South Africa
Anne-Marie Gray
Chapter 6 - We Shall Overcome: The Roles of Music in the U.S. Civil Rights Movement
Baruch Whitehead
Chapter 7 - Music as a Discourse of Resistance: the Case of Gilad Atzmon
Karen Abi-Ezzi
Chapter 8 - Unpeaceful Music
George Kent
Section 3, Helaling and Education
Chapter 9 - Music behind Bars: Testimonies of Suffering, Survival and Transformation
Kjell Skyllstad
Chapter 10 - Healing Cultural Violence: Collective Vulnerability through Guided Imagery with Music
Vegar Jordanger
Chapter 11 - Music Therapy: Healing, Growth, and Inner Peace
Maria Elena López Vinader
Chapter 12 - Managing Conflicts through Music: Educational Perspectives
Kjell Skyllstad
Section 4: Stories from the Field
Chapter 13 - Working in the Trenches: Surviving Conflicts through Folk Music and Tales
Rik Palieri (with an exclusive interview of Pete Seeger)
Chapter 14 - Art for Harmony in the Middle-East: the Music of Yair Dalal
Olivier Urbain
Chapter 15 - Music and Peace Making in Educational Contexts
June Boyce-Tillman


How far can the relationship between music and politics be used to promote a more peaceful world? That is the central question which motivates this challenging new work. Combining theory from renowned academics such as Johan Galtung, Cindy Cohen and Karen Abi-Ezzi with compelling stories from musicians like Yair Dalal, the book also includes an exclusive interview with folk legend Pete Seeger. In each instance, practical and theoretical perspectives have been combined in order to explore music's role in conflict transformation.The book is divided into five sections. The first, 'Frameworks', reflects indepth on the connections between music and peace, while the second, 'Music and Politics', discusses the actual impact of music on society. The third section, 'Healing and Education' offers specific examples of the transformative power of music in prisons and other settings of conflict-resolution, while the fourth, 'Stories from the Field', tells true stories about music's impact in the Middle East and elsewhere. Finally, 'Reflections' encourages the reader to consider a personal evaluation of the work with a view to further explorations of the capacity of music to promote peace-building.



Olivier Urbain is research fellow at the Toda Institute for Global Peace and Policy Research in Tokyo, former professor of Modern Languages and Peace Studies at Soka University, Japan, and founder and former director of the Transcend: Art and Peace Network (T:AP), the artistic branch of Johan Galtung's TRANSCEND peace and development network. An amateur blues pianist, he specializes in the links between music and peace. Publications include several articles on this topic and about the power of the arts for peace. He is currently the co-convenor of the Commission on Art and Peace (CAP) of the International Peace Research Association (IPRA) and member of the IPRA council.

Friday, December 19, 2008

Law and the Humanities. Law and Literature. Canada


Logan Atkinson- Diana Majury (eds.),
Law, mystery, and the humanities: collected essays,
University of Toronto Press, 2008, 352 pp.
ISBN-10: 080209001X
ISBN-13: 978-0802090010



The trans-disciplinary study of law and the humanities is becoming a more widespread focus among scholars from a range of disciplines. Complementary in several major ways, concepts and theories of law can be used to formulate fresh ideas about the humanities, and vice versa. Law, Mystery, and the Humanities, a collection of essays by leading scholars, is based on the hypothesis that law has significant contributions to make to ongoing discussions of philosophical issues recurrent in the humanities.
The philosophical issues in question include the role of rationality in human experience, the problem of dissent, the persistence of suffering, and the possibility of transcendence. In each of these areas, law is used to add complexity and offer divergent perspectives, thus moving important questions in the humanities forward by introducing the possibility of alternative analysis. Ranging from discussions of detective fiction, Chomsky's universal grammar, the poetry of Margaret Atwood, the Great Plague of London, and more, Law, Mystery, and the Humanities offers a unique examination of trans-disciplinary potential.

Contents
Points of convergence: law, mystery, and the humanities / Diana Majury and Logan Atkinson Murder and mayhem in legal method: or, the Strange case of Sherlock Holmes v. Sam Spade / Neil C. Sargent
Analytic philosophy and the interpretation of constitutional rights / Sophia Moreau
Nature: from philosophy of science to legal theory ... and back? / Alain Papaux
Language and law as objects of scientific study / Remi Samson
I beg to differ: interdisciplinary questions about law, language, and dissent / Marie-Claire Belleau and Rebecca Johnson
Imagining sedition: law and the emerging public sphere in Upper Canada, c. 1798-1828 / Barry Wright
Human rights poetry as ethical tribunal: bodies and bystanders in Margaret Atwood's. Footnote to the Amnesty Report on Torture / Brenda Carr Vellino
Who do we blame for blame? Moving beyond the fiction of blame in The Sweet Hereafter / Diana Majury
'Our Woe... Our Great Distress': Law, Literature, and Suffering during the Great Plague of London, 1665 / Logan Atkinson
The strange gospel and a common law: the reconciling word to a fragmented world / M. H. Ogilvie
The Re-enchantment of the world? Max Weber, Ernst Troeltsch, and human rights / Clinton Timothy Curle.



Logan Atkinson is an associate professor in the Department of Law at Carleton University. Diana Majury is an associate professor in the Department of Law at Carleton University.

Wednesday, December 17, 2008

Law and Literature. Novedades bibliográficas. Ireland



W.N. Osborough
Literature, Judges and the Law
Four Courts Press Ltd, Dublin - Portland, OR, 2008, VIII + 171 pp.
ISBN: 978-1-84682-079-3


No standard format attaches to the composition of judgments by judges working within the Common Law dispensation. Normally, of course, we get a recital of the facts of the individual controversy, a statement of applicable legal doctrine, an analysis of precedent and an adjudication. Increasingly, room has had to be found for the interpretation of statute law provisions, testimony to the exponential growth in contemporary society of public law. From time to time, however, members of the judiciary have found it useful to embellish their judgments by allusion to matters literary – quotations from the Bible or Shakespeare, for example. This is designed in almost all instances to sharpen the logic inherent in the judicial decision-making process. This book examines a host of ‘fragments’ thus judicially recalled – from a range of jurisdictions (mainly England and Ireland) – and sets out to explain just a little bit more about the legal contexts which provoked the employment of these fragments and about the fragments themselves. W.N. Osborough explores the use of literary quotation and allusion in legal judgments within the tradition of Common Law. He hopes that lawyers and law students, normally the only ones to read such judgments, will find judgments and judicial extracts they were not aware of before; and that non-lawyers will learn something about how members of the judiciary go about the business of preparing judgments.

W. N. Osborough, emeritus professor of law, University College Dublin, is the author of Law and the emergence of modern Dublin (1996) and Studies in Irish legal history (1999). He has also edited several books in the Irish Legal History Series, including, most recently, Adventures of the law: proceedings of the 16th British Legal History Conference (2005).

Tuesday, December 16, 2008

Crime in literature. Law and Literatura. EEUU





















Ellen L. O’Brien
Crime in verse: The poetics of murder in the Victorian Era
Ohio State University Press, Columbus, 2008
xii, 288 pp. : ill.
ISBN: 9780814210857


Introduction
Chapter 1
Murder, Execution, and the Criminal Classes
Chapter 2
The Murderous Subject and the Criminal Sublime
Chapter 3
“Household Law” and the Domestication of Murder
Epilogue
Notes
Works Cited
Index


Over the last few decades, Victorian scholars have produced many nuanced studies connecting the politics of crime to the generic developments of the novel—and vice versa. Ellen L. O’Brien’s Crime in Verse grants the same attention and status to poetic representations of crime. Considering the literary achievements and cultural engagements of poetry while historicizing murder’s entanglement in legal fictions, punitive practices, medical theories, class conflicts, and gender codes, O’Brien argues that shifting approaches to poetry and conflicted understandings of murder allowed poets to align problems of legal and literary interpretation in provocative, disruptive, and innovative ways.
Developing focused analyses of generic and discursive meanings, individual chapters examine the classed politics of crime and punishment in the broadside ballad, the epistemological tensions of homicidal lunacy and criminal responsibility in the dramatic monologue, and the legal and ideological frictions of domestic violence in the verse novel and verse drama. Their juxtaposition of the rhymes of anonymous street balladeers, the underexamined verse of “minor” poets, and the familiar poems of canonical figures suggests the interactive and intertextual relationships informing poetic agendas and political arguments. As it simultaneously reconsiders the institutional and ideological status of murder and the aesthetic and political interests of poetry, Crime in Verse offers new ways of thinking about Victorian poetry’s contents and contexts.


Ellen L. O’Brien is associate professor of English and women’s and gender studies at Roosevelt University in Chicago.

Wednesday, December 10, 2008

Direito e Literatura. Novedades bibliográficas. Brasil



André Trindade e Germano Schwartz (Coords.),
Direito e Literatura. O Encontro Entre Themis e Apolo
Juruá Editora Ltda., Curitiba, 338 pgs.

ISBN: 978853622182-3

SINOPSE
A obra ora apresentada ao público tem a seguinte pretensão: demonstrar a interdependência entre Direito e Literatura, e, portanto, entre Themis e Apolo. Os artigos compartilham de um estranhamento inicial: como reconstruir essa conexão? Suas angústias se transformaram nos textos que temos o prazer de trazer a baila como resultado de uma rede de pessoas preocupadas com o futuro da ciência jurídica.

SUMÁRIO DA OBRA
Direito e Literatura: os Pais Fundadores John Henry Wigmore, Benjamin Nathan Cardozo e Lon Fuller, Arnaldo Sampaio de Moraes Godoy
Política e Literatura no Humanismo Jurídico Italiano do Século XX, Paolo Carta
O Direito como Arte e um de seus Expoentes: o Law And Literature Movement, Germano Schwartz
Era uma Vez o Direito: a Linguagem Jurídico-Artística, André Trindade - José Alexandre Ricciardi Sbizera
Direito e Literatura na Doutrina Medieval, Diego Quaglioni
De Qual Literatura Falam os Juristas? Observações sobre Algumas Respostas "Desilusórias", Michele Carducci
A Literatura e o Direito nos Julgamentos: Uma Ponte a ser Cruzada, Elaine Harzheim Macedo
As Regras, a Razão e a Força. Sobre ´O Senhor das Moscas´, de William Golding, Juan Antonio García Amado
O Realismo Mágico do Estado Latino-Americano em Gabriel García Márquez, David Restrepo Amariles
Aproximações Hermenêuticas entre Direito e Literatura: a Narratividade dos Princípios Constitucionais da Administração Pública, Leonel Ohlweiler
Individualismo e Direitos Fundamentais: Intersecções entre Direito e Literatura a partir do ´Homem sem Qualidades´, de Robert Musil, Ricardo Jacobsen Gloeckner
Albert Camus e o Processo Penal: Aportes Garantistas ao Interrogatório do ´Estrangeiro´, Renata Almeida da Costa
Deslo(U)Cando O Processo Penal: Itinerários Kafkaescos, Augusto Jobim do Amaral
Kafka e a Tolerância Zero: Uma Abordagem da Política Criminal a Partir da Literatura, Alexandre Matzenbacher - Fernando Tonet
Direito, Subjetividade e Mundialização: Reflexões a partir de ´O Pequeno Príncipe´, de Antoine de Saint-Exupéry, Albert Noguera Fernández
Entre os Véus de Themis e os Paradoxos de Janus: a Razão e o Caos no Discurso Jurídico, pela lente de Albert Camus, Ricardo Aronne
O Amor na Cruz: uma Prova no Dilema entre o Amor e a Justiça em ´A Letra Escarlate´, Yu Xian

André Trindade é Mestre em Direitos Fundamentais – Ulbra; Presidente do Instituto de Teoria do Direito. Coordenador-adjunto do curso de Direito da Unopar; Advogado. Germano Schwartz é Doutor em Direito – Unisinos; Professor do Mestrado em Direitos Fundamentais da Universidade Luterana do Brasil – Ulbra e do curso de Direito da Universidade de Passo Fundo – UPF; Professor da disciplina “Direito e Literatura” na Escola Superior da Magistratura do Rio Grande do Sul.

Monday, December 08, 2008

Diritto e letteratura. Novedades bibliográficas






Alfonso Malinconico
Diritto e letteratura. Manzoni e Pirandello
Introduzione di Nino Borsellino
Ass. Edizioni Empiri, Roma, 2008, 176 pp.
ISBN: 8887450935
ISBN-13: 9788887450934


Dopo un breve excursus di autori di tutti i tempi e di tutti i luoghi che hanno trattato in letteratura i topoi di Giustizia e Diritto, Malinconico si sofferma sull'analisi di opere edite e inedite di Manzoni e Pirandello. Analisi grazie alla quale, come afferma Nino Borsellino nell'introduzione, "Malinconico ha scoperto le carte che attribuiscono alla letteratura un di più di conoscenza che è anche un di più di espressività, e così ha scoperto anche le sue carte segrete di giudice e letterato."
Pur attingendo entrambi alla fusione di diritto e letteratura, Manzoni e Pirandello affrontano questi temi con una propria specificità letteraria: il primo è il raffinato giurista che che giunge alla letteratura, il secondo al contrario è il geniale letterato che, senza grandi conoscenze giuridiche, riesce a rielaborare aspetti giuridicamente rilevanti. Nella condanna manzoniana del diritto risuonano la coesistenza di consuetudini contrarie e il loro contrasto con l'ordinamento giuridico: se nei Promessi Sposi il motivo della giustizia si risolve nella sua realizzazione, in Storia della colonna infame si giunge alla mortificazione del diritto attraverso l'uso della tortura. Pirandello va invece oltre la giustizia e avoca ai suoi presonaggi il diritto di interpretarne le leggi, arrivando ad unire formalismo e paradosso.
In appendice si presentano tre testi che potrebbero contribuire ad individuare le scelte estetiche che hanno portato i due autori ad appropriarsi del diritto come materia poetico-narrativa: La lettera al Boccardo di Manzoni, Duecento anni or sono nasceva un genio contemporaneo riferito a Manzoni e Pirandello: Dio, Piccolo Padreterno, Faust.


Giovanni Malinconico (Presidente dell’Unione degli Ordini Forensi del Lazio).

Nino Borsellino (Prof. Emerito di Letteratura Moderna e Contemporanea presso l’Università di Roma “La Sapienza”).

Saturday, December 06, 2008

Un Juez rural, por Guillermo García Moscoso

Recupero aquí la entrada de 13 de noviembre de 2008 publicada en http://iuspoetica.blogspot.com/

Un Juez Rural de Pedro Prado debería ser una lectura obligatoria para todo estudiante de Derecho. A esa fue la conclusión que llegamos hoy, conversando con un profesor de la Facultad y que ahora, sopesándola, considero más verdadera que nunca.
Esteban Solaguren, arquitecto de profesión, es un padre de familia al que un día cualquiera le llega una carta especial: se le encomienda ser juez. De ahí en más, su dedicación principal será impartir justicia en conciencia en los más diversos casos que la realidad rural de Santiago, a comienzos del siglo veinte, le entregarán.
Claramente no es mi intención contar la novela, pero quizás haga más urgente para ustedes su lectura si profundizo en una escena que llamó bastante mi atención:
Paseo al campo de Solaguren junto a Mozarena. Ambos amigos y ambos pintores –el primero aficionado y el segundo profesional- eligen el mismo paisaje para manchar sus lienzos: una casa en un paisaje rural. Mozarena enfoca la casa y la pinta de manera precisa. Por su parte, nuestro juez Solaguren pone la casa en el centro de la tela y además de ella pone gran parte del paisaje que la rodea.
Los cuestionamientos sobre la justicia que se dan en esta novela son profundos, muchas veces irónicos y fuertemente contradictorios con una inspiración legalista y es este párrafo el que nos da una idea de la noción de justicia que durante todo el libro nos plantea Prado. En Un Juez Rural no existe una improvisación sobre el concepto de lo justo sino que la novela deja ver, con gran sutileza, una concepción filosófica de dicho concepto: el individuo como tal no existe y por ello la justicia como secuencia lógica de normas aplicada sobre una sola persona muchas veces no es realmente justa.
La justicia, en pensamiento de Prado, es siempre más compleja de lo que parece puesto que es un conjunto imbricado de situaciones particulares, las cuales se afectan las unas a las otras y es en ellas donde debe tratar de entrar el Juez: sólo comprendiendo la globalidad puede dar soluciones justas al caso concreto. Por lo mismo es que muchas sentencias de Solaguren parecen diagnósticos del Doctor House: contradicen una concepción establecida de un determinado arte -acá el Derecho, allá la Medicina- y con ello se corren grandes riesgos, pero cuando se acierta, se hace de manera perfecta y a la vez novedosa.
Ciertamente es llamativo que sea un arquitecto, mitad científico y mitad artista, quien protagonice la obra; quizás Prado vio en esa figura profesional un verdadero justo medio humano que es tan capaz de contagiarse de la alegría y emociones de un pintor, como finalmente de conmoverse con un secretario de Juzgado que recrea mordazmente a la Justicia en su sentido más formalista y burocrático. Solaguren es así un juez que si bien conoce los procedimientos lógicos de argumentación y raciocinio, las más de las veces considera que ellos no entregan la solución justa sino que vienen a llenar los vacíos que dejó nuestra intuición en la solución ya tomada a priori.
Pasando a un aspecto más literario, la novela de Pedro Prado se enmarca dentro de una corriente realista y eso, que puede ser o no de nuestro agrado, de todas maneras hace que sus descripciones, tanto de paisajes como de las mismas personas, sean fiel reflejo de una realidad pasada, pero siempre viva.

Hace poco leí que Alejandro Zambra decía que los escritores de ficción de hoy sólo leen ficción y que los escritores de poesía sólo se quedan en ella y que por ahí iba el porqué de la baja calidad de la literatura chilena actual. De esa afirmación, que realmente no he entrado a pensar si comparto o no, sí puedo extraer algo que viene al caso: “Un Juez Rural” es una muy linda novela poética en prosa. Tan linda que felizmente puede caminar de la mano con obras, también en prosa, de Juan Emar o Vicente Huidobro.

Si bien los estilos y los movimientos son distintos, hay un amor y conexión en la belleza, y eso es lo que realmente importa.Cerrando, sólo un comentario: lecturas como las de Un Juez Rural nos hacen darle una vuelta de tuerca a lo que consideramos realmente justo. Esa es una de las tantas ayudas que nos puede entregar la ficción a quienes nos interesamos por el Derecho.


Por mi parte, añadir el recordatorio de la valiosa labor divulgativa de selección de textos literarios que durante un tiempo llevó a cabo el Lic. Alejandro Vergara Blanco en la Sección “Literatura y Derecho” de La Semana Jurídica (Santiago. Chile), cuyo núm. 306, semana del 18 al 24 de septiembre de 2006, recogió bajo el título "Juzgar cada caso en conciencia", un fragmento de Un Juez Rural, de Pedro Prado (Santiago. Chile, 1886-1952). Por último, también la imagen de portada de la novela de Prado que está en mi biblioteca (Editorial Nascimento, Santiago. Chile, 1968, sexta edición)




Wednesday, December 03, 2008

Law and Literature. Especial monográfico de Studies in Law, Politics and Society.
























Law and Literature Reconsidered
Studies in Law, Politics and Society, Volume 43: Special Issue
Austin Sarat (ed.)
Elsevier JAI, Amsterdam- London, 2008, ix+ 172 pp.


Synopsis

The purpose of this special issue of "Studies in Law, Politics, and Society" is to examine the situation of law and literature. Once hailed as a promising new way to think about law and as opening a vital conversation about literature the question today is whether the law and literature enterprise has lived up to its initial promise. Has it succeeded in establishing a new interdiscipinarity or lost energy as law and literature courses become part of the mainstream both in legal and literary studies? Has the study of law and literature given way or been incorporated into boarder interdisciplinary configurations? What, if any, new paradigms of literary study of legal phenomena are on the horizon?This is a contemporary study of law and literature. It includes contributions by an international group of leading scholars





List of Contributors

Editorial Board, p. IX
"E Probiscis unum": Law, literature, love, and the limits of sovereignty,
Harriet Murav, p. 1
What is it like to be like that? The Progress of Law and Literature´s "Other" Project,
Rob Atkinson, p. 21
The Law, the norm, and the novel,
Sara Murphy, p. 53
Aesthetic Judgment and Legal justification,
Guyora Binder, p. 79
Textual Properties: The limit of the law and literature- Towards a Gothic Jurisprudence,
Susan Chaplin, p. 113
"Reading as if for life!": Law and Literature is more important than ever,
Teresa Godwin Phelps, p. 133
African American Literature and the Law,
Jon-Christian Suggs, p. 153

Sunday, November 30, 2008

Tawfiq Al-Hakim, Diario de un fiscal rural, por José Calvo González

















Desde http://iuspoetica.blogspot.com/ se interesan por una recensión que hace tiempo elaboré y publiqué en el Anuario de Filosofía del Derecho [(Madrid), T. XXI, 2004, pp. 463-468] sobre la novela de Tawfiq Al-Hakim, Diario de un fiscal rural (trad. y pról. de Emilio García Gómez, Ediciones del Viento, La Coruña, 2003, 159 pp. ISBN: 8493300136. ISBN-13: 9788493300135).
La reproduzco aquí con algunas imágenes del libro y su autor.

Acostumbra a ser el juez la figura que ocupa el principal protagonismo en los relatos cuya trama involucra la acción de la Administración de Justicia. Que ello suponga una fortuna o una desventura es ya otra historia. Le sigue luego, a muy corta distancia, el abogado defensor, quien a menudo termina por cosechar mayor popularidad que aquél. En último lugar aparece siempre el fiscal que, además de por uno u otro preterido e incluso a veces en todo postergado, para llegar a abandonar la posición a que -contra toda lógica- le conduce atraerse con gran facilidad la antipatía social, acaso también muy poco suelen ayudar a evitarlo -justo, no obstante, es reconocerlo- los propios méritos. Las tareas de esa magistratura postulante, por lo general presentada como de exclusiva función acusatoria, se convierten en una inconveniencia que a pocos sugiere demasiadas posibilidades literarias. Supo aprovecharlas sin embargo Julian Barnes (n. 1946. Leicester) en El puercoespín (1992)[1], revistiendo metafóricamente de púas los guantes que cubrían las manos del fiscal Peter Solinsky, encargado de dirigir la acusación del Estado en el proceso contra el viejo dictador comunista Stoyo Petkanov, trasunto literario del líder búlgaro Todor Zivkov, en un enjuiciamiento inmerso en la presión mediática, televisiva, y rodeado de la atmósfera de frivolidad poscomunista[2], que asimismo más tarde transfundió de la ficción a la realidad en el del albanés Ramiz Alia (1999). Aunque, bien pensado, antes Ivan Klíma (n. 1931. Praga), en El juez juzgado (1986) [3], se había hecho ya eco de varias contradicciones latentes en la responsabilidad personal y política de un personaje semejante, pero utilizando en su caso al juez praguense Adam Kindi, un juez de escrúpulos imperfectos llamado a administrar una justicia deficiente. También Knight’s Gambit (1949), de William Faulkner (1897-1962) [4], se cuenta entre los reducidos ejemplos que acuden a un representante del Ministerio Público para protagonizar la narración. Gavin Stevens, licenciado en Filosofía por Harvard y Heidelberg, es el fiscal de distrito (District attorney) del imaginario condado de Yoknapatawph, al noroeste del Estado de Mississippi, escenario ético-geográfico que fue igualmente el de ¡Absalón, Absalón! (1936), al sur de la Unión, y sur del Sur, donde en verdad reverbera el condado de Lafayette, y se localiza la ciudad de Oxford, y en ella la Universidad que le vetó para catedrático honorífico tras recibir el Premio Nobel de Literatura, el año de la misma fecha de publicación de Gambito de caballo. No puede afirmarse que esta obra sea realmente una novela, pero tampoco una mera acumulación de relatos independientes. Las cinco historias que lo integran, además de la última que presta el título que las reúne, se organizan en unidad de conjunto y continuidad a través de la voz narrativa de Stevens, quien nos las relata, si bien el narrador de aquélla es parte del tiempo su sobrino, Charles Weddell, hasta que a partir de determinado momento, ya para el final, de nuevo y directamente Stevens recupera el relato, que en el fondo es una historia de amor, donde el fiscal impide un delito de asesinato, aunque no sólo por razones justicia sino en el afán de recuperar -cuando frisa la cincuentena- a una amada, perdida para veinte años atrás. Fuera de este particular asunto su competencia más regular interesa la investigación, por medio de conjeturas e inferencias, de las conductas criminales cuya autoría corresponde a seres mentalmente retrasados, a individuos primitivos y desclasados, a blancos pobres y a negros sometidos, resultando en la comisión de los violentos hechos una rompedora mezcla, entre acción y reacción, de amor y odio que necesariamente abocan la condición humana de todos los personajes a la autodestrucción y el desastre. Sólo el juez Dunkinfield, “con un porte digno y erguido que los negros llamaban ‘echado para atrás’”, camina lento y señorial por encima de esos destinos miserables y devastadores. No menos ruin es el ambiente que circunda el caso que más recientemente nos presentó la historia de El río Sabbathday, de la norteamericana Jean Hanff Korelitz [5], alegoría de la vida civil en pequeñas poblaciones de los EEUU, cuya acción arranca con el descubrimiento en el río, a las afueras de Godbard, New Hampshire, por Naomi Roth, judía y fundadora de una cooperativa de mujeres, del cadáver de un recién nacido, imputando el fiscal Robert Charter de infanticido a una madre soltera, Heather Pratt, que habría mantenido relaciones con un hombre casado [6]. Logra aquél una primera declaración de culpabilidad obtenida de manera ilegal, guiado por las sospechas y perjuicios sociales que infunden las habladurías y el doble rasero moral de una comunidad presidida por la falta de tolerancia y el resentimiento. Construida según las reglas del suspense que nutren el género mystery & thriller, ofrece su mejor pulso narrativo durante el episodio procesal, en la cross-examination que retrata, a través de las ligerezas en los informes de médicos y psicólogos, las debilidades de la acusación, finalmente laminada bajo el formidable peso de una demoledora defensa, encomendada a la newyorkina Judith Friedman. Lo aparentemente inverosímil, de tan antimoderno (pero como dice Aristóteles, “es verosimil que a veces las cosas ocurran en contra de la verosimilitud” [7]) y, al propio tiempo, naturalmente, tan cargado de machismo (mas si “por un lado era inverosímil; por otro, era natural”, pudo escribir Camus [8]), no obsta poder identificar la realidad de un caso sucedido en Irlanda el año 1984.
En algo similar, y distinta a las anteriores para casi todo lo demás, es el Diario de un fiscal rural publicado en 1937 por el egipcio Hussein Tawfiq Al-Hakim (1899-1987), que el prof. García Gómez tradujo para el Instituto Hispano-Árabe de Cultura en 1955. Trasluce en efecto, como alguna de las arriba citadas, ciertos rastros de la biografía de su autor e igualmente registra parecidos con la realidad que no son mero producto de la coincidencia. Hijo de un magistrado de carrera, Al-Hakim -comprometido con la Revolución de 1919- fue enviado a Paris en 1925 para proseguir los estudios jurídicos, que allí concluyó. No sería el Derecho, sin embargo, aquello que ya entonces más profundo interés le despertaba, atraído principalmente por la cultura literaria francesa de la época y, en especial, por el estudio de su teatro contemporáneo. Con todo, de regreso a su país en 1929 ejerce durante cuatro años labores jurisdiccionales, nombrado representante de los tribunales civiles del Estado en ciudades como Tanta, Darmanhour y Dessouk, enclavadas en zonas rurales de Egipto. De esa experiencia arracima vivencias directas sobre el funcionamiento de la Justicia en las áreas campesinas y más tradicionales, que luego aprovechará al armar en su nouvelle de 1937 una mordaz crítica de los procedimientos judiciales egipcios vigentes. Cierto que a la fecha de su publicación parecería hallarse muy alejado de empeñar la insistencia en semejante propósito, al menos por abandonada ya toda dedicación jurídica y su ocupado su esfuerzo, desde 1934, al frente de la Dirección General de Investigación del Ministerio de Educación. Esa circunstancia, y el sucesivo acceso a otros cargos -Director en 1939 del Consejo Social del Ministerio Asuntos Sociales, más adelante académico de la Lengua (1954), Director de la Biblioteca Nacional (1951-58), y por último miembro permanente en París de la delegación egipcia para la UNESCO (1959-60)- así como las temáticas más conocidas en el posterior rumbo de su narrativa, de su creación teatral y en el intelectual como ensayista han llevado a considerar el Diario de un fiscal rural desembarazado de inquietud por la denuncia, al menos seria, dado el tono supuestamente humorístico de algunos de los pasajes que integran la confesión diarista del Sr. Fiscal, cuyo nombre nos omite acudiendo sólo a tratamientos de respeto. No comparto esta interpretación. Lo que esencialmente caracteriza a esta obra y la distingue de otras a las que he ido refiriéndome es el atrevimiento que su crítica supone respecto de la situación gubernativa de la justicia y la aplicación de la ley al ciudadano. Reprobación de hábitos y rutinas, desaprobación de la formalidad procedimental que desampara al justiciable, censura del distanciamiento entre ley y realidad, con una falta relación tal que es en ocasiones del todo enajenante. La indolencia, el descuido, la desatención, el abandono, la incuria que todo ello origina son el objeto de su incisivo reproche. Diferente es que la forma de mostrarlo no se entorpezca con un humor inteligente, siempre el más difícil de soportar por la indiferencia. Pero reducir esa intencionalidad, ocultarla y hasta hacerla desaparecer, postulando la obra como un ejercicio de costumbrismo social y pintura de la vida rural de Egipto a comienzos del s. XX es un error completo. Mi punto de vista se acerca al del prologuista allí donde señala: “Lo satírico tiene un fondo amargo. Lo terrorífico se disuelve en un humor sarcástico. Como en una buena limonada, el ácido y el azúcar se contrarrestan sin desfigurarse. Es un poco, avant la lettre, la solución del estilo llamado neorrealista en el cine italiano. Su receta es fácil, pero su realización resulta muy difícil” (p. 17). Es así, en efecto, como se resume, en elocuente tono de acibarada confesión, la amontonada sabiduría por más de veinte años de experiencia del hayy Jamis, ordenanza del Tribunal: “no aprovecha en los Tribunales más que el té amargo, con el gusto del Fernet”, a lo que el fiscal únicamente puede reponer: “El té de los Tribunales y el trabajo de los Tribunales, todo es amargo” (p. 67). Y es así también que la comicidad de escenas como la del cadí lento (cap. II) o del galopante (cap. VI), ésta de tanta analogía con algunos “juicios rápidos” actuales, no provoca la hilaridad sino el bochorno y sonrojo. Tampoco resulta divertido comprobar ciertas corruptelas de la oficina judicial y fiscal (visita a los calabozos, intervención y arqueo de la caja de depósitos, estado e inventario del almacén de pruebas). Nada jocosas acaban por ser las diligencias de reconocimiento judicial, inspección ocular, autopsias o exhumaciones. En añadido, ante los intentos de inmisión del poder político que en trance de elecciones locales amenaza la imparcialidad en ejercicio y vigilancia del orden público, no es precisamente obligarse a contener desatadas carcajadas la actitud que ese asunto puede producir.
En España, dos novelas han presentado el tema; una, con las objeciones de estilo y fuerza narrativa que se quieran [9], pertenece a Manuel Ciges Aparicio (1873-1936), novelista social todavía en la órbita generacional del 98 [10], que con el esclarecedor título El juez que perdió la conciencia (1925) [11] expone las maniobras electorales propias de la “vieja política” con fondo de dilatado pleito sobre una herencia de tierras y las mandas que de sus rentas habrían debido aplicarse en fundaciones pías y sostenimiento de pobres, y explica las ataduras con que los caciques amordazan y dominan la independencia de Ernesto Marsán, juez del imaginario distrito de Neblino, que luego ascenderá a magistrado, nombrándosele más tarde Teniente Fiscal de la Audiencia que promoverá la acusación de las víctimas cuya misma parcialidad ocasionó; la otra es El Juez de Tinieblas [12], de Rafael Pérez Escobar, donde se cuenta de un juez de talante liberal, titular del Juzgado de Instrucción de Tinieblas, población en la comarca burgalesa de Demanda, aportando una idea bastante fiel de las dificultades en la imparcialidad e independencia judiciales durante la década de los 50, el tramo más duro de la dictadura franquista.
Finalmente, volviendo de nuevo a la de Al-Hakim, creo que ni al espasmo muscular ni al hacer saltar lágrimas de risa convocan las notificaciones y despachos de la Fiscalía, a cuya burocracia orgánica sólo preocupa del buen curso de la política judicial la regular remesa de minuciosas circulares sobre el obligado cumplimiento de determinada sistemática, por encima de sus absurdas exigencias, para proceder a una correcta redacción de los atestados, o el alarde permanente y la puntual respuesta a estadísticas sobre los asuntos resueltos y pendientes, alentando en la demora funcional o el sobreabundante papel a proveer con el remedio de un maquinal archivo de las causas.
Es la trascripción de ese malestar, alimentado por tanta esterilidad y tanto tedio, el que se desvela con privada elocuencia en las confidencias que el anónimo fiscal rural de Al-Hakim hace a su diario personal. Decidirse a ponerlo por escrito y entregarlo a los lectores excede el simple límite de una queja testimonial más o menos lúcida. Se trata de una forma de compromiso buscado y aceptado que trae en su interior un verdadero desafío al desengaño. Tampoco estar circunscrito a un lugar y momento concretos le resta posibilidades simbólicas y extrapolables. Para algunos problemas no ha pasado el tiempo ni su percepción depende de la tópica espacial. Quiero dar un ejemplo de esto último refiriéndome a una cuestión cuyo planteamiento alcanza más allá del genius loci y el preciso dibujo de las fronteras geográficas. Atañe al tema de la lógica de la motivación y la argumentación justificatoria de las decisiones. En el diario de nuestro fiscal rural se asienta el apunte del diálogo con un joven auxiliar de la Fiscalía, que mueve al siguiente comentario:
“Los magistrados comienzan por pronunciar la sentencia, y es luego cuando proceden a escribir los fundamentos, siendo así que a él le parecía más lógico que fuera al revés. Esta observación es muy valiosa. De hecho, un magistrado sincero me contó que, cierto día, después de haber dictado sentencia en una causa importante, al volver por la noche a su despacho, con los papeles y legajos del pleito, para escribir su informe, reparó en dichos y expresiones que aparecían en el sumario de la vista de aquel día y en los anteriores, así como en la instrucción de la fiscalía, de los cuales su mente, ahora serena y reposada en medio de la tranquilidad de la noche, dedujo cosas que, de haberlas conocido antes de dictar sentencia, habrían alterado en gran medida los términos de ésta. Pero ¿qué podía hacer ahora, una vez que la sentencia estaba definitivamente dictada y no había modo posible de cambiarla? No cabía hacer nada, y dedicó aquella noche su esfuerzo a extraer del sumario todos los fundamentos que podían justificar la sentencia dictada. Y, en definitiva, ¡cuántos largos informes se escriben así, para justificar y fundamentar una sentencia rápida ya dictada, y no para poner en claro la justicia ni para hacer resplandecer la verdad!” (p. 126).
Pues bien, en las antípodas de Oriente Medio, en lugar tan distante como pueda ser una pequeña aldea del oriente andino chileno, Esteban Solaguren, nombrado juez de la subdelegación rural 13 y 14 del departamento de Santiago y protagonista de la novela que Pedro Prado (Santiago. Chile, 1886-1952) tituló Un juez rural (1924) [13], cavila la siguiente meditación: “Pensar, derivar, obtener una conclusión ¡oh! Sócrates... -murmuraba para sí Solaguren-. El pensamiento es como el agua: dame un ligero desnivel, y llevo el pensamiento donde tú quieras. Creemos juzgar por riguroso razonamiento lógico, y no hacemos sino rellenar a posteriori el espacio que media entre el caso que se nos presenta a examen y nuestra intuición inmediata sobre él. Se engaña o miente quien cree construir razonamientos como algo ajeno a la conclusión espontánea que entrevió desde el primer instante. No por quedar oculta a los que no saben observarse, desde el primer momento, ella deja de estar menos presente. Después, para fingir una aparente continuidad que de vigor a los que decimos, o que nos libre de culpa por las conclusiones al parecer deducidas, rellenamos el espacio en blanco con huecas trabazones lógicas”[14].
Creo que la comunidad en inquietudes de estas dos novelas, una chilena y la otra egipcia, ambas escritas en el mismo siglo y a escasos años entre sí, es poco borrosa en este punto. Pero existen también ciertas diferencias imborrables. Solaguren dimitió del cargo para el que había sido nombrado, tal vez en un ejercicio de coherencia, tal vez en una generosa concesión a su desconcierto y personal consternación. En cuanto al fiscal rural de Al-Hakim, nada hay que incline a figurarse su renuncia, a pesar del desconsuelo y las contrariedades. Es claro que la perplejidad nunca puede servir de evasiva plausible.
Referencias bibliográficas:

[1] Julian Barnes, El puercoespín (1992), trad. de Francisco Javier Calzada, Anagrama, Barcelona, 1993, 174 pp.
[2] Representada en el joven cínico Atanas que defiende la “libertad de no ponernos serios”, del “derecho a ser frívolo el resto de mi vida”, que en la época anterior fue “comportamiento antisocial. Gamberrismo” y ahora, con el nuevo estado de cosas, su “derecho constitucional” (p. 169).
[3] Ivan Klíma, El juez juzgado (1986), trad. del checo de Frantisek Bakes y rev. de René Palacios More, Edit. Debate, Madrid, 1993, 521 pp.
4 William Faulkner, Gambito de caballo (1949), trad. de Lucrecia Mereno de Sáenz (1964), Alianza, Madrid, 1972, 231 pp.
5 Jean Hanff Korelitz, El río Sabbathday (1999), trad. de Susana Bertuzzi Argüello, Siglo XXI, Madrid, 2000, 544 pp.
6 Condicionantes religiosos y legales propios del rigorismo calvinista francés y del puritanismo holandés reflejados desde el pasado literario estadounidense por la clásica The Scarlett Letter (1850) de Nathaniel Hawthorne (1804-1864).
7 Aristóteles, Poética, 1461a-1461b.
8 Albert Camus, El extranjero (1947), trad. de Bonifacio del Carril, Alianza Edit., Madrid, 1971, p. 92.
9 Vid. Pablo Gil Casado, La novela social española (1920-1971), Seix Barral, Barcelona, 1973 (1ª ed. 1968). Cita por la 2ª ed. y reimp. de 1975, pp. 88-89.
10 Vid. José Esteban- Gonzalo Santonja, Los novelistas españoles (1929-1936). Antología, Ayuso, Madrid, 1977, p. 11.
11 Manuel Ciges Aparicio, El juez que perdió la conciencia, Edit. Mundo Latino, Madrid, 1925, 300 pp.
13 Pedro Prado, Un juez rural (1924), Nascimento, Santiago de Chile, 1968 (6ª ed.), 200 pp.
14 Ibidem, p. 36. Vid. acerca del autor, en la estirpe modernista de Rubén Darío, y de su novela. Guillermo Gotschlich Reyes, “Un juez rural de Pedro Prado. Del documento a la creación artística”, en Revista Signos, XXVII, 37, 1995, pp. 19-32.

Friday, November 28, 2008

Pavura del inquietador, por José Calvo González






Gonçalo G. Tavares,
Breves notas sobre o medo
Relógio D'Água Editores,
Lisboa, 2007, 66 pp.
No sobre el miedo del encogido, del pusilánime, o referente al miedo púdico del timorato. Como tampoco del mórbido miedo en el receloso. Se escribe aquí de la turbación, incluso ansiedad, que producen algunas certidumbres estancas, certezas reciamente incontrovertibles, roqueñas convicciones; de esas obstinadas infalibilidades tenaces como doctrinas inconcusas. Y más aún, entorno a la disciplinada insensibilidad, o también el laxo abandono, en la distraída, rutinaria costumbre, de quien ya no recuerda el día que dejó de inquietarse, de pensar a filo cortante, en radical. Es así que aquí se escribe del miedo que no nubla ni paraliza sino, por el contrario, permite observar y distinguir mejor, que redime de la inmóvil quietud, para abandonar lo inerte. Lo inquietante como remedio frente a la apatía, como acceso hacia a la claridad, como cancelación de la dependencia.
Leer a Tavares (Lunada. Angola, 1970), emergido en la literatura portuguesa de pronto, el año 2001, como una revelación, y ya traducido a diez idiomas -editado aquí por Mondadori en nueve títulos, más otros dos en Xordica- es un hallazgo genuino. Le ha venido publicando poesía, novela, teatro, relato, libro infantil la lisboeta Caminhno, donde también Saramago, su bendecidor, en la doble designación de la palabra. Mi complacencia de lector hacia Tavares se inclina del lado de la Short prose; mejor cuanto más concisa y breve. Tavares es ahí excelente y mágico. Sus textos son un prodigio de inteligencia cuando de descubrir la lógica oculta de la vida se trata. Brillante en una ironía que condensa en frases surreales, que abrevia derredores, Tavares es capaz de volatines inesperados y vertiginosos para proyectar la lectura al punto de fuga; esto es, desde donde aquélla comienza a vibrar a pequeños y crecientes intervalos hasta producir la sacudida moral a la desidia y la indolencia. Y siempre con la fineza del inquietador que tantea y calcula de modo preciso y calmoso la dosis necesaria, y sobre todo racional, de pavura.
Nada medroso, y menos espantable, contiene esta sumaria colección de apuntes sobre el miedo, que sin embargo impresiona hasta el estremecimiento. Tavares prorrumpe en la saciedad de la inapetencia de entendimiento, en la gula mental de los no pensantes, pero sin violencias doctrinarias cualesquiera puedan ser, sin tremolar banderas espirituales de clase alguna. Su talento estriba en trastornar con la pavura del inquietador. Y, claro, sus bosquejos, a veces apenas sólo esquemas, conmueven, perturban y alarman, y emocionan también. Traeré algunos ejemplos.
De paladar estoico éste: “Al borde de un precipicio, cabeza abajo, cogido por más ilustre profesor sólo de los pies, el discípulo repite, asustado, la lección de la mañana” (Aprendizaje). A relumbre irónico, como en el fulgor oriente de una perla natural, otro más: “En esas ceremonias y rituales que repiten, con pequeños intervalos de tiempo y con minucia extrema, un conjunto de movimientos y fórmulas verbales, te sientes como en una farsa - alguien te promete, a la semana, lo que ningún humano puede dar en una vida” (Milagro y repetición). Para modelo de dilema, el siguiente: “Guiada, a la vez, por un animal lento y otro rápido, la carroza, desequilibrada, acabará finalmente por inclinarse a uno de ambos lados - y el criado, que asía el látigo, culpará del accidente al animal más lento, mientras la noble dama, allá atrás, en el carruaje, no vacilará en culpar al más rápido” (¿Cómo vivir?). Y todavía, de elegancia ática, donde hallo esta sabiduría: “Como si de la boca de un loco, hace muchos años privado de razón, brotase de súbito una palabra al fin capaz de explicar el mundo, ciertos golpes de azar reúnen, definitivamente, y después de muchos años de desesperación y desencuentros, a un hombre y una mujer” (Acasos).
Tavares, con la imperturbabilidad del vigía, escudriña el horizonte que raya los desafíos ulteriores. Al confín de esa linde, sin posible atajo de escapatoria, se agazapan nuestros miedos, aguardando su oportunidad a muelle de un brinco. La mirada Tavares, armada del catalejo, ahonda e interna ese límite. A partir de él abre la reflexión que cada cual descifra a su manera. El miedo es una emulsión muy personal; el miedo es de gelatina. De la parte segura, el término de esa inquietante zona lo demarcan estándares de acción que aconsejan una prudente inmudanza. Pero, bien sabemos, no existen las éticas indoloras. De la otra, la insegura, la paradójica, la perpleja, es donde tal vez encontraremos las razones para la acción. Porque, como escribe Tavares (Una razón para el actuar): “Si no acudes al lugar, nunca podrás saber si quien grita pidiendo socorro quiere recibir o dar”.
Publicado en diario El Mundo. El Mundo Málaga (Málaga), Suplemento de Cultura ´Papeles de la Ciudad del Paraiso´, núm. 25, ed. de 28 de noviembre de 2008, p. 6.

Wednesday, November 26, 2008

Law and Literature in Celtic studies. Ireland (Vol. 7 of the Celtic Studies Association of North America's Yearbook)






Joseph F. Eska (ed.)
Law, literature and society,
Four Courts Press Ltd, Dublin - Portland, OR, 2008, 133 pp.

Introduction
Joseph F. Eska
Poets, Power and Possessions in Medieval Ireland: Some Stories from Sanas Cormaic
Paul Russell
The Assassination of Diarmait mac Cerbaill
Michael Meckler
Emerging from the Bushes: The Welsh Law of Women in the Legal Triads
Sara Elin Roberts
Derbforgaill's Literary Heritage: Can You Blame Her?
Lahney Preston-Matto
Female Trouble: Ambivalence and Anxiety
at the Nuns' Church
Karen Eileen Overbey
Names and Naming Conventions Concerning Celtic Peoples in Some Early Ancient Greek Authors
Timothy P. Bridgman


This edition of the Celtic Studies Association of North America's Yearbook explores the relationship between law and literature and discuss what each can do for the study of the other in medieval Celtic studies. The volume's six papers discuss literary narratives found in the early Irish encyclopedic glossary, the Sanas Cormaic; the composition of legal triads of medieval Wales that focus on the law of women; exonerating Derbforgaill, the 12th century woman blamed by many Irish writers of bearing responsibility for the Norman invasion, through study of Irish marriage law and the politics of the time; the mythologizing of Derbforgaill as a marker of the transition from Gaelic to Norman Ireland; the law of kinship and the assassination of Diarmatt mac Cerbaill, King of Uisnech, in 565; and the origins of the ethnic designations of the Celts used by early Greek writers.


Joseph F. Eska teaches linguistics, Celtic studies, and American Indian studies at Virginia Polytechnic Institute & State U. He also published “Grammars in conflict. Phonological aspects of the Bergin's Rule construction”, in Keltische Forschungen 3 (2008): 45-62.

Law & Literature. Novedades bibliográficas. England
























Shakespeare and the Law
Paul Raffield - Gary Watt (ed.),
Hart Publishing,
Oxford, 2008, 312 pp.
ISBN: 1841138258 /9781841138251

Synopsis

In July 2007, the School of Law at the University of Warwick hosted an international conference on Shakespeare and the Law. This was a truly interdisciplinary event, which included contributions from eminent speakers in the fields of English, history, theatre and law. The intention was to provide a congenial forum for the exploration, dissemination and discussion of Shakespeare's evident fascination with and knowledge of law, and its manifestation in his works. The papers included in this volume reflect the diverse academic interests of participants at the conference. The eclectic themes of the edited collection range from analyses of the juristic content of specific plays, as in 'Consideration, Contract and the End of The Comedy of Errors', 'Judging Isabella: Justice, Care and Relationships in Measure for Measure', 'Law and its Subversion in Romeo and Juliet', 'Inheritance in the Legal and Ideological Debate of Shakespeare's King Lear' and 'The Law of Dramatic Properties in The Merchant of Venice', to more general explorations of Shakespearean jurisprudence, including 'Shakespeare and Specific Performance', 'Shakespeare and the Marriage Contract', 'The Tragedy of Law in Shakespearean Romance' and 'Punishment Theory in the Renaissance: the Law and the Drama'.


Paul Raffield is an Associate Professor in Law at Warwick University.
Gary Watt is Reader and Associate Professor in Law at Warwick University.

 
TABLE OF CONTENTS

I. Shakespeare, Money and the Law of Contract
1. Mark Fortier, ‘Shakespeare and Specific Performance’2. Andrew Zurcher, ‘Consideration, Contract and the End of The Comedy of Errors’
II. Shakespeare, Women and the Law
3. Jonathan Bate, ‘The Bawdy Court’
4. Germaine Greer, ‘Shakespeare and the Marriage Contract’
5. Erika Rackley, ‘Judging Isabella: Justice, Care and Relationships in Measure for Measure’
III. Shakespeare and the Law of Love
6. Bradin Cormack, ‘Shakespeare Possessed: Legal Affect and the Time of Holding’
7. Katrin Trüstedt, ‘The Tragedy of Law in Shakespearean Romance’
8. Daniella Carpi, ‘Law and its Subversion in Romeo and Juliet’
IV. Justice and the Royal Prerogative
9. Carolyn Sale, ‘The King is a Thing’: the King’s Prerogative and the Treasure of the Realm in Plowden’s Report of the Case of Mines and Shakespeare’s Hamlet’
10. Giuseppina Restivo, ‘Inheritance in the Legal and Ideological Debate of Shakespeare’s King Lear’
V. Violence, the State and the Citizen
11. Harry Keyishian, ‘Punishment Theory in the Renaissance: the Law and the Drama’
12. Ian Ward, ‘Terrorists and Equivocators’
13. Paul Raffield, ‘Terras Astraea reliquit’: Titus Andronicus and the Loss of Justice’
14. Christian Biet, ‘Titus Andronicus vs Le More Cruel and Les Portugais Infortunés: Humiliation, Punishment and Violence in the Shakespearean and French Theatre of the Late Sixteenth and Early Seventeenth Century’
VI. The Merchant of Venice and the Infinite Meanings of ‘Law’
15. Gary Watt, ‘The Law of Dramatic Properties in The Merchant of Venice’
16. Istvan Pogany, ‘Shylock in Transylvania: Anti-Semitism and the Law in East Central Europe’
17. Anton Schütz, ‘Shylock as a Politician’
18. Richard H. Weisberg, ‘The Concept and Performance of ‘The Code’ in The Merchant of Venice’

Tuesday, November 25, 2008

Derecho y Literatura. Novedad bibliográfica en España



Roberto González Echeverría.
Amor y ley en Cervantes (trad. de Isabel Ferrer Marrades).
Editorial Gredos. Col. Biblioteca de la nueva cultura.

Madrid, 2008, 363 pp.
ISBN: 978-84-249-0024-3.



Resumen editorial:
La consolidación de la ley y el desarrollo del discurso legal durante el Siglo de Oro español no sólo hicieron que España se convirtiera en el primer Estado moderno, sino que también influyó en su literatura. En este fascinante libro, Roberto González Echevarría estudia las obras de Cervantes y demuestra cómo éste se inspiró en las historias registradas en los archivos legales para escribir los episodios dedicados al amor. González Echevarría describe las nuevas políticas legales de la época, la legislación, las instituciones y explica cómo, al mismo tiempo, la literatura española se llenó de historias procedentes de fuentes clásicas y medievales. A través del estudio de estos dos fenómenos (el impulso del discurso legal y la evolución de la literatura), el autor arroja una nueva luz tanto sobre Don Quijote como sobre otras obras de Miguel de Cervantes. «González Echevarría nos presenta en Amor y ley en Cervantes lecturas muy provocadoras de diversos pasajes de la obra de Cervantes. […] El conjunto es admirable por los conocimientos desplegados, la solidez de las argumentaciones y el atractivo de las interpretaciones.» José Luis Gastañaga, Dissidences. Hispanic Journal of Theory and Criticism.
Roberto González Echevarría es profesor de Literatura Española y de Literatura Comparada en la Universidad de Yale y, desde 1999, es miembro de la American Academy of Arts and Sciences. Asimismo, es autor, entre otras obras, de Crítica práctica/práctica crítica, Miguel de Cervantes’ Don Quixote: A Casebook, Alejo Carpentier: el peregrino en su patria e Historia de la literatura hispanoamericana.

Friday, November 14, 2008

Lettura scenica. Il primo processo di Oscar Wilde al Piccolo Eliseo Roma


Regina contro Queensberry - Il primo processo di Oscar Wilde sarà in scena al Piccolo Eliseo Patroni Griffi, lunedì 17 novembre 2008 ore 20.45 in Via Nazionale 183, Roma. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. I verbali del processo per diffamazione intentato da Oscar Wilde contro John Sholto Douglas, marchese di Queensberry, a Londra nel 1895; è questo il materiale che verrà proposto a Roma. Il primo processo di Oscar Wilde “Regina contro Queensberry” provoca strane sensazioni. Solleva curiosità perché l’argomento si presenta insolito e bizzarro, se si considera che il volume pubblicato da Ubulibri* trova posto nello scaffale dei “Libri bianchi” dedicati al teatro e al cinema. La lettura scenica di Regina contro Queensberry - Il primo processo di Oscar Wilde, con il testo e la regia di Paolo Orlandelli e con l’interpretazione di Pino Micol, Luigi Diberti, Pietro Bontempo, Natale Russo e Lorenzo Profita, rientra nell’ambito della rassegna “I lunedì di artisti riuniti”.
Si propone la mise en espace dei verbali del processo per diffamazione intentato da Oscar Wilde contro John Sholto Douglas, Marchese di Queensberry, a Londra nel 1895 (edito quest’anno da Ubulibri).
Il Marchese, padre del giovane amico di Wilde, Lord Alfred Douglas, aveva lasciato presso il circolo di Wilde un biglietto diffamatorio che recava la scritta “A Oscar Wilde che posa a sodomita”. Incitato da Lord Alfred, Wilde querela il marchese e innesca l’ingranaggio che lo porterà alla sciagura. Lord Queensberry, infatti, raccoglierà prove schiaccianti contro Wilde.
Prima che i testimoni vengano chiamati a deporre, l’avvocato di Wilde ritira l’accusa, ma è troppo tardi. Wilde viene arrestato, processato e condannato al massimo della pena per il reato di sodomia, due anni con i lavori forzati.
Pochi anni dopo la scarcerazione, Wilde morirà in miseria a Parigi.
In questo primo processo Wilde dà prova del suo famigerato acume. Molti dei suoi scritti vengono chiamati in causa e letti alla giuria.
I due lati del genio vengono portati in superficie: la brillantezza del letterato e la debolezza dell’uomo dedito al vizio.


* Vid. en este Blog entrada de 14 abril 2008

Regina contro Queensberry, il primo processo di Oscar Wilde
Trascrizione dei verbali del processo per diffamazione intentato da Oscar Wilde contro John Sholto Douglas, Marchese di Queensberry
Paolo Orlandelli e Paolo Iorio (a cura di)
Trad. di Paolo Orlandelli, consulenza giuridica di Paolo Iorio
Ubulibri, Milano, 2008, 173 pp.
Collana: I libri bianchi
ISBN: 8877482869
ISBN-13: 9788877482860

Sunday, November 02, 2008

Droit et littérature. Novedades bibliográficas. Canadá



Gilles Lhuilier, La loi, roman. Presses de l'Université Laval, Québec, 2008, ix, 220 pp. (Collection Dikè). ISBN : 978-2-7637-8558-5


Une théorie de la loi comme roman devient peu à peu le mainstream de la pensée du droit et du politique sur les deux rives de l’océan Atlantique.

Abandonnant les vieilles fables du contrat social, de l’ordre (juridique) et de l’État national, cette nouvelle pensée interroge le droit à l’aide des catégories de sexe et d’interdit, de pourriture et de sacré, de violence faite à l’étranger, de genre, de personnage, de masque, de métaphore et de métonymie, de cohérence narrative et anthropologique…

Une relecture est ainsi en cours de ce qu’est une personne, un corps, un État, et de ce qui fonde et justifie la cohérence du droit. Plus important encore, une réécriture du droit est en cours. Si la loi est un roman, il est possible de réinventer de nouveaux personnages et de nouveaux rôles, c’est-à-dire de réenchanter les vieilles catégories de sujet, parentalité, sexualité, ou même de démocratie. Un roman nouveau pour une nouvelle politique de l’imaginaire.
Table des matières
Introduction. Chapitre 1: La naissance de Personne. Chapitre 2: Le souffle de l’acteur. Chapitre 3: Les frontières du corps. Chapitre 4: La religion de l’art. Chapitre 5: Les passions et l’étranger. Chapitre 6: La jouissance de l’interdit. Chapitre 7: La cité imaginée. Chapitre 8: Le retour des masques. Conclusion. Bibliographie

Gilles Lhuilier est professeur de droit privé à l’Université de Bretagne-Sud (Vannes. Bretagne. France). Il alterne livres de droit – Introduction au droit, Droit social, Droit des sociétés… – et livres de philosophie – Le corps et ses représentation, Le retour des camps : Sangatte, Lampedousa, Guantanamo... Il écrit plus particulièrement sur la fonction anthropologique du droit, c’est-à-dire sur l’énonciation, au cœur même du droit positif, de symboles qui fondent une humanité.

Saturday, November 01, 2008

Droit et littérature. Novedades bibliográficas. Bélgica (I)


François Jongen- Koen Lemmens, Droit et littérature, avec Préface de Francois Ost, Anthemis, Louvain-la-Neuve (Belgique), 2008, 288 pp. ISBN : 978-2-87455-070-6.
Avec les contributions de: Jean-Pierre Buyle, Bruno Dayez, François Glansdorff, Patrick Henry, François Jongen, Pierre Legros, Jacques Malherbe, Paul Martens, Jean-Pol Masson, Christine Matray, Marc Preumont, Foulek Ringelheim, Alain Strowel, René Swennen, Marc Verdussen, Michel Westrade.


Présentation de l'éditeur
Les juristes lisent comme ils respirent. Rien d'étonnant à cela : le droit occidental, comme la culture occidentale en général, est une culture de l'écrit. Mais que lisent-ils ? De la littérature spécialisée le plus souvent, des fragments exsangues, ennuyeux voire assommants d'une prose mal écrite. Toutefois, le juriste n'a pas le choix : s'il veut suivre les dernières évolutions, il doit s'y soumettre. Les lectures des juristes doivent-elles se limiter à cette littérature spécialisée, administrative? Ne doivent-ils pas lire également les grandes œuvres de la littérature? Quelles sont ces œuvres? Que pourraient-elles nous apprendre ?. Nous avons demandé à d'éminents juristes belges d'horizons les plus divers de répondre à une question très simple : "Quel livre tout juriste devrait-il avoir lu et pourquoi?". Vous trouverez la réponse des juristes francophones dans ce livre. Les contributions des auteurs néerlandophones sont regroupées dans Recht &Literatuur paru aux éditions Die Keure. Elles se caractérisent par la grande curiosité et le plaisir de lire de leurs auteurs. Certains citent des œuvres moins connues et incitent le lecteur à découvrir de nouveaux écrivains ; d'autres parlent d'ouvrages extrêmement célèbres en introduisant des perspectives originales qui donnent envie de relire ces classiques. Chaque réponse dévoile évidemment une part de la personnalité de son auteur. Car comme l'a dit un jour la grande dame des lettres néerlandaises, Hella S. Haasse: "La littérature a fait de moi ce que je suis".
Table des matières
Andrea Camilleri, La concession du téléphone
Albert Camus, L'EtrangerGeorges Duhamel, A la recherche du droit dans la chronique de Pasquier
Friedrich Dürrenmatt, Justice
Anatole France, Les dieux ont soif
William Gaddis, Le dernier acte
André Gide, Paludes
Witod Gombrowicz, Yvonne princesse de Bourgogne
Herman Melville, Billy Budd marin
Paul Morand, Fouquet ou le soleil offusqué
Robert Musil, Les plaideurs
Reginald Rose, Douze hommes en colère
Leonardo Sciascia, Comme un parfum de soufre et d'oranger
Georges Simenon -Pierre Mertens, Le discours judiciaire vu par la littérature et le procédé littéraire saisi par le droitTom Wolfe, Le bûcher des vanités


François Jongen (Docteur en Droit, professeur assistant à la Faculté de Droit de l'Université Catholique de Louvain et professeur adjoint à l'Ulg, licencié en journalisme de l'Université Libre de Bruxelles, Candidat présenté au Conseil Supérieur de la Justice par les ordres des avocats ou par les universités et écoles supérieures de la Communauté française et de la Communauté flamande, avocat au barreau de Bruxelles). Koen Lemmens (Docteur en Droit, avocat au barreau de Bruxelles et professeur invité à la Vrije Universiteit Brussel)

Droit et littérature. Novedades bibliográficas. Bélgica (II)



Jean- Pol Masson, Le droit dans la littérature française, Preface de Alain Berenboom, Éditions Bruylant, Bruxelles, 2008, 461 pp. ISBN : 978-2-8027-2455-1



Résumé : L'auteur a été frappé depuis longtemps par l'importance des allusions au droit chez maints écrivains de langue française.
II a eu dès lors envie de réaliser sur cette question une œuvre de synthèse, forcément incomplète, eu égard à la masse que représente la littérature française, mais se fondant néanmoins sur la lecture de suffisamment d'ouvrages pour donner un échantillon significatif de ce que les auteurs pensent du droit. Son étude porte successivement sur les acteurs du monde juridique (magistrats, avocats, notaires, etc), sur la scène où l'on pratique le droit (la justice, la procédure, etc), enfin sur le répertoire mis à la disposition des acteurs (le droit, la loi, le langage juridique, etc).
Se voulant accessible aux personnes n'ayant pas de formation juridique, l'ouvrage comporte de nombreuses explications sur les termes techniques utilisés, soit dans le corps du texte, soit dans un index figurant en fin de volume.
Table des matières
LES ACTEURS
Les gens de justice en général. Les magistrats en général. Les juges. Les juges d'instruction. Les juges des enfants. Les greffiers. Les avocats. Les avoués. Les notaires. Les huissiers. Les justiciables devenus plaideurs professionnels. Les acteurs non professionnels. Les futurs acteurs professionnels et leurs études.
LA SCENE ET LA MISE EN SCENE
La justice en général. La justice pénale. La justice militaire. La cour d'assises. La justice civile et commerciale. La justice financière. La justice politique. La justice de classe. La procédure en général. La procédure pénale. Le thème du procès important. La mystique de la justice-
LE REPERTOIRE
Le droit en général Le droit naturel. La loi. La doctrine et la jurisprudence. Le droit civil et le droit commercial. Le droit pénal. Le droit public. Le droit fiscal. Evocation d'affaires judiciaires réelles ou de l'actualité législative. Œuvres inspirées par des affaires réelles. Le réalisme. Les farces. Les invraisemblances. Le langage juridique.
Jean- Pol Masson (Chargé de cours honoraire à l’Université Libre de Bruxelles)